VILLA GILDA

La strada scende, disegnando una C nel buio.

-Dov’è la morta?- mi chiede Ilaria come se stesse parlando di un negozio in centro.

-Villa Gilda- rispondo, cercando di seguire la sua scia di noncuranza anche se provo una leggera inquietudine.

Siamo arrivate alla fine della C. Le chiome degli alberi aprono il sipario su due delle ville. Si guardano, austere, identiche. Un bordo bianco percorre gli spigoli e incornicia le finestre. Il resto dev’essere di un rosa pallido, che con le luci gialle notturne diventa un arancione impertinente.

Iniziamo a percorrere la striscia di strada che separa le due case.

Un cartello ci fa sapere che Gilda è la terza villa dietro le due che si guardano.

Aumentiamo il passo e giriamo l’angolo della villa a destra.

La strada diventa di terra e fa una curva che ci immette in un giardino buio. Due alberi sembrano vecchi guardiani burberi ma buoni. Per terra c’è la ghiaia e nell’aria odore di terra bagnata. Il venticello fresco è l’eredità della pioggia di oggi.

Un lungo porticato di colonne bianche ci appare davanti, quattro porte spalancate sembrano bocche che hanno perso i denti.

Il silenzio è cullato dal rumore delle cicale.

Entriamo nella bocca di fronte a noi.

La luce interna è un accenno di giallo che stempera il buio senza vincerlo. L’aria è calda, mi sembra di sentire il peso di ogni centimetro cubo sulla pelle. Pastoso è l’odore di urina mista a disinfettante.

Un piccolo atrio, con un angolo occupato da vecchi tavoli di legno chiaro accatastati uno sull’altro, ci conduce lungo un corridoio buio. Sulla sinistra una rampa di scale strette si arrampica fino al primo piano.

Saliamo.

Il corridoio sembra un serpente immobile al sole.

Non c’è nessuno, ma tutte le finestre sono aperte. Ognuna di esse incrocia lo sguardo dei guardiani burberi nel buio della notte.

Aspettiamo, sperando di intercettare l’infermiera nel suo girare senza sosta in questo limbo di troppe anime spente intrappolate nei corpi ancora vivi.

Inizia piano.

Sembra un campanellino appena percettibile.

Poi aumenta.

Diventa il canto di una sirena addolorata, il latrato di un cane bastonato, una nenia svogliata che percorre i corridoi.

Io e Ilaria ci fermiamo. Non riusciamo a capire da dove viene il rumore. Proviamo a fare qualche passo avanti, poi indietro. È sempre uguale.

-Speriamo arrivi l’infermiera a farlo smettere- dice Ilaria passandosi una mano sull’altro braccio. -È angosciante.-

Annuisco.

Mi accorgo di una porta socchiusa dietro di noi. Una targhetta dice “privato”. Mi avvicino e sporgo la testa nella speranza di trovare l’infermeria. Una voce di uomo si fa strada nel buio della stanza.

-Sto provando a chiamare Carmela ma è occupato.- Deve essere vicino perché sento sul viso il suo alito caldo, un odore di alcool e tabacco che mi ruba l’aria.

-Ok.-rispondo mentre indietreggio.

L’uomo esce dalla stanza. È alto e sembra fare fatica a non perdere la divisa bianca troppo grande per lui.Tiene in mano un telefono cellulare che non gli abbiamo visto usare.

-Va bene se aspettiamo qui?- propone Ilaria.

Lo smilzo si prende tempo prima di rispondere. Il suo sguardo mi si appiccica addosso come melassa tiepida che cola lentamente. Mi invade una sensazione di disgusto. Quando è ora di tirare di nuovo su lo sguardo risponde: -no, vi porto io.- Inizia a camminare senza aspettarci.

-La deceduta è nella stanza fredda.- dice. -Andiamo lì.-

Ho le mani sudate e la lingua fatta di gesso.

Deglutisco.

Lui continua, con un tono di voce di pietra: -questo è il campanello della morta.-

Mi manca il fiato, Ilaria mi stringe il braccio come se volesse fargli pagare il terrore che sta vivendo. Ha gli occhi spalancati e il sudore le cola sulla fronte.

Ci fermiamo di fronte alla porta della stanza dove un condizionatore conserva i cadaveri su un letto metallico per il tempo necessario all’ultima burocrazia. Tra le loro mani viene lasciata una cordicella nera che attiva un campanello, per una lugubre ultima possibilità.

Quindi non è morta, penso.

Lo smilzo assomiglia a una lastra di marmo e sembra aver sentito il mio pensiero:-a volte succede.- dice.

La melassa del suo sguardo inizia a prendere vita, mi stringe, si insinua nelle narici, negli occhi, tra le dita, mi soffoca. Ho paura.

La porta della stanza è socchiusa. L’uomo schiaccia un pulsante che smette di illuminarsi inghiottendo il latrato straziante.

Nella villa torna il silenzio.

Il grido di una donna lontano si mischia al rintocco del campanile che annuncia l’una di notte.

Ora che non c’è più rumore sento un leggero sibilo rauco.

-Prego- dice l’uomo facendosi da parte senza entrare. Prendo la mano di Ilaria e spingo con forza la porta. Mentre cerco l’interruttore distinguo bene il rumore di un rantolo.

Se non è morta lo sarà presto penso.

Schiaccio il pulsante e la luce si accende.

Il rantolo non è della morta.

L’infermiera Carmela è accasciata vicino al lettino come gelato sciolto. La parete, il lettino e la sua divisa sono tinti di rosso come se un pittore fosse inciampato rovesciando la latta di vernice ovunque. Ha gli occhi chiusi e le mani alla gola, da dove esce ancora un rivolo di sangue. Emette ancora qualche rantolo lento. Sento la nausea salire come l’acqua in un bicchiere che si riempie, una violenta vertigine mi fa appoggiare al lettino ignara del sangue. Ilaria inizia a vomitare mentre lo smilzo si avvicina alla sua collega.

-Oddio, chiamiamo qualcuno!- dico senza una precisa idea di chi e come.

Mentre cerco di mettere in ordine le sensazioni per passare all’azione mi accorgo che l’uomo chino su Carmela ha una macchia di sangue sotto la manica corta del camice.

Ma come fa ad avere del sangue lì se non la ha ancora toccata?

Si gira.

Inizio a tremare.

Non deve capire che ho capito, devo stare ferma, devo reagire. Tremo.

Ilaria si appoggia al muro ma lo smilzo non mi toglie gli occhi di dosso.

Lui era il morto.

Decido di contare fino a tre e poi scattare con tutta la forza che mi resta verso la porta.

Dopo un passo sento qualcosa avvolgermi la caviglia, cado. Cerco di alzarmi ma un dolore lancinante al collo mi paralizza.

Provo a urlare ma non riesco.

Non riesco.

Non riesco.

-Mara! Mara!- apro gli occhi e vedo di fronte a me un muro e un pannello elettrico. Ilaria è in piedi e mi guarda, ha l’aria sbattuta.

Mi sento tutta sudata. -Il pazzo omicida?- le chiedo.

Lei apre gli occhi come se avesse visto un fantasma:-Mara , hai la febbre?-

Mi tocco la fronte gelida. -No.- rispondo.

-Urlavi. Siamo in guardia medica, ricordi?-

Guardo l’ora, sono le due e trenta. Fuori è buio.

Realizzo.

-Oh cavolo! Che sogno allucinante ho fatto.-

Faccio un respiro profondo: -Pensa che…- mi interrompe la cantilena del telefono della postazione.

Risponde Ilaria. – Pronto, guardia medica?- Prende in mano la penna e inizia a scrivere su un foglietto di carta, nel frattempo con la testa annuisce. Alla fine posa il telefono: -dai, svegliati che dobbiamo andare a constatare un decesso.-

Sento un brivido leggero correre lungo la schiena come un monello che corre via dopo aver rubato un pezzo di torta dal davanzale.

-Dove?- dico con un filo di voce e la sensazione di conoscere la risposta.

-Villa Gilda- risponde Ilaria mentre prende la borsa. – Ha chiamato Carmela, l’infermiera.-

Il monello non è andato via, lo vedo, dietro il tronco di un albero spiarmi con occhi cattivi.

IL DIPINTO

Lorella sente la vescica piena. È ora, non può più rimandare. Il corridoio è una scatola color crema, le porte sono chiuse, non c’è nessuno.

Fruga nella borsa, immagina ogni oggetto che percorre con le dita: chiavi della macchina, fazzoletti, portafoglio.

Perché? Perché? Quando cerchi una cosa trovi tutto il resto!

È piegata su sé stessa come un tramezzino che tenta di non farsi scappare l’insalata. Le gambe tentano di distrarla dall’urgenza muovendosi in una danza frenetica. Niente da fare. Eppure è qui! Sono sicura!

Mammaaaa?- Un urlo arriva dal corridoio.

Oh merda!

-Puoi venire un attimoooo?- continua il soprano, probabilmente dalla sua camera.

-Arrivo amore, un minuto!-

Eccolo! Finalmente la mano avvolge una scatolina di cartone lunga e sottile. Lorella guarda la borsa per cercare di tirarla fuori senza agganciare nient’altro.

-Mamma?- Questa volta la voce è dietro di lei.

Lorella si gira come se avessero chiamato il suo numero al gioco del fazzoletto. Marta è talmente vicina che lo scontro è inevitabile. Il pacchetto le scivola dalle mani e finisce sul pavimento. Minú fa qualche passo lento e lo annusa. Poi si gira e inizia a leccarsi una zampa. Il pelo bianco si appiattisce disciplinato.

-Cazzo, ma lo sai già?- Se ci fosse un bianco più bianco del bianco direbbe che Marta é impallidita.

-Che cosa?- sfugge a Lorella mentre è ipnotizzata dai movimenti del gatto.

-Scusa, quello non è un test di gravidanza?- Marta indica la scatolina per terra.

L’ultima parola la risveglia dall’ipnosi. Merda, e merda!

-S-sì- Tutto il contenuto della vescica sembra essersi spostato nello stomaco che schiaccia il diaframma e sgonfia i polmoni come due palloncini bucati.

-Una mamma certe cose le capisce subito- dice il filo di voce che riesce a districarsi in quell’ingorgo. Ecco perché quella nausea, che stronza sono a non averci pensato!

-Mamma!- Marta la circonda con le braccia accelerando lo sgonfiaggio dei palloncini. -E non sei arrabbiata?- Abbassa la testa.

Più che altro non so se sono viva, il pensiero attraversa la sua mente mentre sente la sua voce dire: – tesoro, non siamo ancora sicure

E non ti arrabbierai?- Questa domanda le dice che sono già sicure.

-Non credo amore, cioè no o forse sì ma… cazzo hai diciannove anni Marta!- dice con una voce più alta di quanto vorrebbe.

-Ecco lo sapevo che ti arrabbiavi, non è giusto! Tu a che età mi hai avuta?- Marta appoggia una mano sul fianco, l’altra punta Lorella con l’indice teso.

Colpo basso. -Ho sbagliato.- Lorella abbassa la testa e con la mano cerca di scacciare i ricordi.

– Cioè sono un errore?-

Oddio sempre peggio! -Che dici? Amore, calmati. – Lorella butta fuori con fatica quello che é rimasto nei polmoni sgonfi. Ora inizia il duro lavoro per riempirli di nuovo. -Ricominciamo. Non mi arrabbio ok? E se tu sei un errore sei l’errore più bello della mia vita, ok?”

-Davvero?- una piccola lacrima si appoggia sulla palpebra inferiore di Marta.

-Certo tesoro, non ne avrei fatti altri due se no!-

-Ma io sono quella riuscita meglio. – un sorriso si fa strada tra le lacrime come l’accenno di un arcobaleno nel cielo ancora piovoso.

-Ne avevo preso uno anche io- la voce di Marta è di nuovo seria. Apre la mano e una scatolina simile a quella per terra compare sul suo palmo. -Ne ho preso uno che dice anche le settimane.- Questa volta il bianco si tinge di un rosa leggero.

-Ma da quanto non hai il ciclo?- Lorella si morde l’unghia del pollice mentre guarda Minù che è passata alla pulizia della coda.

-Solo 5 giorni di ritardo.

Ok allora dallo a me e tu tieni questo.- Sporge a Marta la scatolina raccolta da terra. Minù si paralizza un attimo e la guarda.

-Perché?- chiede Marta. La sua espressione assomiglia a quella del gatto.

-Beh…perché…se necessario lo usiamo dopo visto che dice anche le settimane.- Sente le mani fredde e sudate.

-Ok, allora vado?- Marta struscia le gambe nude una contro l’altra come volesse accendere un fuoco con due legnetti.

-Vai tesoro, vai.-

Minù è concentrata sull’equilibrio della zampa che tiene in avanti la coda.

La vescica annuncia a Lorella che non è più disposta a concedere proroghe. -Marta, io sono un secondo nell’altro bagno, poi arrivo, ok?

Ok ma io non guardo, lo metto nel bicchiere e poi guardi tu.

Va bene, vai!- Mentre cammina veloce verso il bagno dá una piccola sculacciata a Marta. – Hi Hi, ok.- risponde lei, muovendosi come se avesse urtato un cespuglio di rovi.

Lorella chiude la porta del bagno e si siede sul vater. Le viene in mente l’unica volta che ha sculacciato sua figlia, più arrabbiata con sé stessa che con lei. Vorrebbe piangere, forte. Vorrebbe ci fosse sua madre con il suo sorriso semplice e aperto e le dicesse di non preoccuparsi, che tutto, un passo alla volta, si risolverà. Scarta il pacchetto che tiene in mano. Tira fuori quella specie di termometro che non suona. Tira il coperchio, si alza dal vater e tiene la linguetta bianca sotto il getto di pipì. Le due linee rosa si delineano quasi immediatamente e si collocano nello spazio che annuncia una gravidanza oltre la decima settimana. Lorella butta il test nel bidet e si risiede. Pensa al lavoro, ai gemelli, al marito e a Marta, si sente sconfitta ancor prima di cominciare. Come diciannove anni prima le sembra che la vita le stia sfuggendo di mano. Abbassa la testa e chiude gli occhi. Una mano le accarezza i capelli. “Stai tranquilla, un passo alla volta, tutto si risolverà.” Apre gli occhi come se fosse suonata una sveglia. Marta è in piedi accanto a lei. -Lo diceva sempre la nonna- Ha un paio di mutande rosa con le fragole rosse e una canotta bianca con una scritta nera: “non sto zitta quando ho torto, figurati quando ho ragione”. Ha il sorriso dei suoi diciannove anni che non sbirciano mai il futuro.

-L’ho guardato io, tu non arrivavi più- dice, appoggiando i pugni sui fianchi per mimare un rimprovero che la sua voce smentisce.

-Scusa amore, hai ragione- Lorella le accarezza la guancia. -che mamma sono?!-

Marta alza il pezzo di plastica che tiene in mano. – una mamma bis – Il suo sorriso percorre le parole: -é positivo!- le guance ora sono come le fragole dei suoi slip – e il tuo?- Chiede, come se parlasse di figurine.

Lorella spalanca gli occhi, pensa di negare per poi magari abortire ma poi firma la resa. -Anche- dice con un filo di voce.

-Mamma…

Ehi?

Io sono felice

Tesoro, sei così giovane.

Io sono felice perché mi sembra di iniziare a realizzare il mio sogno.

Essere mamma adesso, piccola, non è un buon sogno.

Non è quello, è diventare una mamma come te. – Marta le da’ un bacio sulla guancia.

I palloncini che con fatica ha gonfiato sembrano ora stretti da un pugno, sul punto di esplodere, le manca l’aria. Sente le guance umide. -Grazie, amore mio- La stringe forte a sè.

Di colpo si allontana dalle pennellate confuse delle quali le sembra fatta la vita e, lentamente, vede comporsi un meraviglioso disegno.

Benvenuti!

Benvenuti in questa nuova avventura!

Un piccolo blog per raccogliere i colori nascosti tra i chiaroscuri della vita. Un piccolo racconto alla settimana fatto di poche parole e un ciuffo di emozioni nate dalla quotidianità e un consiglio al mese per un buon libro da gustare. E poi…chissà…