IL RACCONTO DELLA SETTIMANA

A Daniele…

STRACCIATELLA

-Perché dormi?

Non dormo.

Non è vero che non dormi.

Ah sì? E allora come ho fatto a risponderti?-

A questo non avevo pensato.

-Perché dormivi?- Questo lo inchioderà.

Daniele alza la testa dal banco. I capelli neri sono arruffati come i rami di un cespuglio di more. I contorni del viso e del naso sono tondi, non ci sono spigoli. Penso a quei giochi gonfiabili fatti perché in qualsiasi modo tu cada non ti possa fare male.

-Perché non ti fai i fatti tuoi?- dice, mi sembra più per tornare a dormire che per rabbia.

Gli occhi sono due nocciole tonde e scure. Hanno il contorno un po’ segnato come se avessero passato un dito sulla sabbia e fosse rimasto il solco.

-Ok.- Ricomincio a giocherellare con la penna mentre la Prof di italiano ci spiega perché è così importante, anche se non ci sembra, il secondo quadrimestre della prima media.

Daniele, da quando abbiamo iniziato la scuola, dorme sempre, con la testa sul banco, per le prime due ore. Poi si sveglia con l’intervallo e non dorme più.

-Marta ti sposto vicino a Daniele. Non farlo dormire.- mi ha detto la prof.

Ma perché dorme?

Devo risolvere il mistero del sonno.

Sono venti minuti che io e Marianna camminiamo piano, contro i muri e dietro le macchine. Daniele cammina davanti a noi con lo zaino in spalla e la testa che ciondola a destra e sinistra, sembra sfinito.

-Ma non arriva mai?- sussurra Mari aprendo le braccia.

È la mia migliore amica, dicono che sembriamo l’articolo “il” dove io sono la elle.

-Che ne so?- rispondo. -Poteva prevedere il pullman a questo punto!

Magari aveva paura di addormentarsi.- Mari si porta una mano alla bocca.

-Mari!- la sgrido. Poi ci guardiamo e ci scappa una risatina.

Giro l’angolo piano e mi fermo di colpo. Mari mi viene addosso. La spingo e torniamo dietro lo spigolo giallo pallido di quella che è evidentemente la sua casa. Daniele si è fermato davanti al primo portone e sta tirando fuori le chiavi dallo zaino.

Abbiamo poco tempo per trovare un’idea per entrare dopo di lui.

-Come facciamo?- chiedo a Mari o a me stessa mentre mordicchio l’unghia del pollice.

Daniele sta sparendo dentro il portone.

-Cacchio!

Adesso! – Mari mi prende la maglietta e mi tira. Daniele è entrato ma un signore anziano sta uscendo. Arriviamo nel momento in cui sta accompagnando la porta per chiuderla. Quando ci vede di fronte a lui le sue sopracciglia si danno da fare per formare una V.

-Entrare dovete?- chiede con un accento che mi fa pensare ai pastori che il commissario Montalbano interroga per sapere se la sera del delitto hanno sentito una macchina passare sotto la loro casuzza.

Le ossa sono le protagoniste indiscusse della sua figura e in una mano tiene un bastone di legno scuro. Le orecchie sono di una grandezza sproporzionata rispetto al resto e questo lo rende buffo.

-S-si, grazie- rispondo, sentendomi in colpa come se volessimo entrare per rubare qualcosa.

-Trasite- dice, riaprendo la porta.

-Grazie- dice anche Mari. Lui non risponde e la porta si chiude alle nostre spalle.

L’androne é buio, o almeno così sembra ai nostri occhi abituati alla luce del sole. C’è un leggero odore di chiuso. Cinque gradini portano al piano dell’ascensore. Daniele è scomparso.

-E adesso?- chiede Mari sedendosi sul secondo scalino.

Mi siedo vicino a lei. -E adesso non lo so.- rispondo.

Sono le quattro e mezza e non abbiamo ancora fatto merenda.

-Ho una fame.- dico mentre il mio stomaco dice la stessa cosa nel suo linguaggio.

Attraverso la porta di vetro si vede, dall’altra parte della strada, un panificio.

-Faccio un salto di fronte e prendo due pezzi di pizza? Poi tu mi riapri la porta e li mangiamo qui, che ne dici?- propongo.

-Io non voglio restare qui da sola- Mari si alza in piedi. -Vado io e resti tu.

Va bene- rispondo con poca voglia. Frugo nello zaino alla ricerca dei soldi.

Il rumore della serratura della porta che scatta mi fa sobbalzare.

La faccia della mia amica è più bianca delle pareti, che sono di un sereno color crema.

Sta entrando di nuovo il vecchietto di prima.

-Ancora qua? E che fate?- Il tono di voce, forse, è adatto alla sua sordità ma a me sembra minaccioso. Mari si appoggia alla ringhiera contro il muro e respira senza parlare. Io mi fermo con la mano nello zaino.

-Adesso venite con me picciridde!-

Questa volta è la pancia a lanciare segnali. Mi sembra che l’intestino abbia fatto un doppio nodo intorno alle gambe: non riesco nemmeno a muovere un passo.

-Perché?- é l’unica cosa che riesco a dire.

L’uomo intanto ha infilato le chiavi nella toppa dell’appartamento al piano terra.

Io e Mari stiamo ferme immobili.

Nella mia mente le raccomandazioni di mamma stanno dipingendo scenari apocalittici di rapimenti e caramelle avvelenate.

Mari fa un passo verso la porta d’uscita ma l’uomo appoggia una mano sul mio zaino e mi spinge dentro casa.

La mia amica si dimostra tale e, invece di fuggire, mi segue.

La casa del nonno ha un inaspettato profumo di pulito ma è molto buia. Le pareti del piccolo ingresso e del corridoio che percorriamo sono ricoperte da una tappezzeria verde scuro illuminata appena da una lampadina gialla che pende al centro del soffitto. Mi tremano le gambe e sento una lacrima scendere sulla guancia. Marianna stringe forte la mia mano. Siamo spacciate, non usciremo mai più di qui.

Al fondo del corridoio arriviamo in una piccola stanza. C’è odore di ragù.

Oddio, userà carne di bambini per cucinare!

Il nonno ci dice di sedere a un piccolo tavolo quadrato. Le sedie sono azzurre, di metallo, con le viti che uniscono i diversi pezzi a vista, come se le avesse appena costruite. Ci sediamo a testa bassa.

In quel momento succede.

Il cucinino comunica con la stanza dove siamo con una stretta apertura coperta da una tenda fatta di bacchette di legno.

La tenda si sposta e esce una signora rotonda.

L’altezza e la larghezza della nonna sono quasi uguali e sono indecisa quale delle due prevalga. Indossa un grembiule azzurro a righe fitte fitte e tiene in mano un vassoio con delle palle dorate.

Un profumo di sugo misto a cotoletta riempie l’aria.

-Gioie, stavo facendo due arancini, che stasera viene nostra figlia. Assaggiate, su.- Appoggia il vassoio sul tavolo e, con una velocità sorprendente per la sua forma, tira fuori coltelli, forchette, piatti e bicchieri.

-Cosa fate qui da sole?- Si siede e rimane a guardarci.

Mi sembra di aver appena saltato un dirupo e sto realizzando di essere, probabilmente, al sicuro.

Marianna ha già dimenticato paure e impressioni e sta accoltellando senza pietà la palla gialla che ha nel piatto. Come un vulcano in piena attività questa sprigiona fumo e una densa colata di ragù e piselli.

Il nonno intanto tira fuori dal frigo due bottigliette di Coca Cola e ci versa il liquido nero nei bicchieri.

-Allora, cosa fate qui?- chiede con un tono da poliziotto buono in un interrogatorio delicato.

Io ho accantonato l’idea del ragù di bambini perché questo è troppo buono e assomiglia a quello che fa mia nonna che sono sicura non usi bambini. Ingoio il boccone che tengo tra i denti e mi rendo conto che dobbiamo rispondere.

-Siamo amiche di un bambino che sta al piano di sopra,- dico -e lo stavamo aspettando per fare merenda.

Ah, Daniele!- fa il nonno come se avessimo detto la parola d’ordine per entrare nel suo regno. Un sorriso sconvolge in modo inaspettato il suo viso: -ma è già susito, poco prima di me!-

Non avevo calcolato lo conoscesse!

-Dai, Rita! Chiamalo!- dice alla moglie.

No!

-Si Carmelo, subito!- La signora rotola fino a un mobiletto basso all’inizio del corridoio, solleva la cornetta del telefono grigio e gira una rotella con un dito. Rimane ferma e a me sembra che aspetti di sapere se ha vinto qualcosa dopo aver girato la piccola ruota. Invece qualcuno probabilmente risponde dall’altra parte perché la nonna parla e riaggancia.

-Arriva.- Sul suo viso si apre un sorriso così largo che le due orecchie sembrano tenerlo su con fatica.

Tiro un pugno sulla gamba di Marianna e cerco di pensare a qualcosa da dire quando comparirà Daniele.

Mari sembra rapita dalla magia dell’arancino. I suoi occhi guardano nel vuoto e la sua faccia è appagata come se avesse appena sconfitto un drago che minacciava la terra e salvato milioni di vite.

-Ouh!- le dó un altro pugno.

Suonano alla porta. Il nonno sparisce.

Sento il rumore di una pacca sulle spalle e immagino che stia salutando Daniele. Ho ancora qualche metro di corridoio per pensare.

-Ciao Rita!- Daniele sembra più sveglio che mai. Schiocca un bacio sulla guancia della nonna tonda e si siede.

Si gira verso di noi.

Merda, è fatta!

-Ciao- dice, e con mia grande sorpresa anche le sue orecchie iniziano a tirare le labbra con impegno.

-Che fate qua?- dice con un torno morbido. Ora un orecchio tira di più e l’altro di meno perché il sorriso diventa storto e mi fa pensare che in un secondo abbia capito tutto e sia abbastanza soddisfatto di quest’occasione per metterci un po’ in difficoltà.

Marianna sembra aver vinto l’incantesimo e si sveglia. Risponde alla domanda come fosse un facile test: -la prof di italiano ci ha chiesto se potevamo portarti questo libro, che è quello che dovrai leggere per il tema del prossimo mese. Ne aveva una copia e visto che tu lo hai scelto voleva imprestartelo, ma oggi si è dimenticata.- Tira fuori dallo zaino il libro che abbiamo comprato ieri in libreria per lei e lo mette sul tavolo.

-E non poteva darmelo lunedì? – dice Daniele mentre lo prende in mano guardando prima la copertina poi il retro.

Marianna ormai è una macchina in discesa senza freni: -ha detto che il weekend è un momento fondamentale per leggere- accompagna le parole con ampi gesti delle braccia -e non devi già perdere il primo. Abbiamo solo un mese, eh?- Sembra essersi trasformata nella prof.

Daniele ha la faccia di chi ha visto un cane pedalare in bicicletta. -Ah!- dice.

Rimane in silenzio, poi decide di accettare quella strana abitudine del cane: -Ok.- Mette il libro sotto un braccio e

affonda la forchetta nella palla di riso che la nonna tonda gli ha messo davanti. Per un lungo minuto conversano tra loro solo posate, piatti e bicchieri.

Quando tutto è di nuovo pulito come prima di essere usato Daniele alza la testa e ci guarda.

Ho le mani sudate.

-Allora visto che siete qua vi faccio vedere una cosa, dai, venite!-

E vai! Alla scoperta del segreto!!

Si alza dalla sedia e solleva una mano:- ciao nonni, grazie!-

Corre verso la porta.

Io mi sento come se fossi appena scesa dalle montagne russe, ma ricordo che tra le abilità di un buon detective c’è quella di cogliere l’occasione.

Ci alziamo anche io e Mari e la nonna tonda ne approfitta per stamparci un bacio sulla guancia:-gioie, tornate quando volete che è così bella la gioventù.-

Ringraziamo e il nonno ci accompagna alla porta:-ci si vede, ragazze!-

Saliamo di un piano, Daniele tira fuori le chiavi dalla tasca e le gira nella toppa.

-Ma sono i tuoi nonni?- chiede Marianna.

-Beh, in teoria no,- risponde lui mentre spinge il portone marrone -ma in pratica si.-

-In che senso?- chiedo mentre mi divora la curiosità di scoprire in quella casa il mistero del sonno.

-Beh, se un nonno ti vuole bene come un nonno può essere solo un nonno, no? Il resto non conta!- Daniele si ferma e mi punta addosso le sue nocciole scure. Il ragionamento tutto sommato mi sembra filare:-certo.- dico, alzando le mani come in segno di resa.

Entriamo in un ingresso simile a quello dei nonni. Percorriamo un uguale corridoio le cui pareti sono, però, tinte di bianco. Tutto sembra più luminoso. Prima di arrivare in cucina Daniele si infila in una porta sulla destra.

-É la stanza mia e di mia sorella che ora non c’è- dice.

-Attente a non pestare i suoi poster per terra.-

Avanziamo come se dovessimo evitare dei petardi inesplosi e superiamo il poster di Brad Pitt a dorso nudo e quello di Raul Bova con due occhi blu come il mare. Sospiriamo entrambe mentre Daniele fa una faccia schifata: -dai smettetela di guardare quelle cavolate che vi faccio vedere una cosa bella davvero.-

Sul letto c’è una piccola tastiera.

-Ehi, ma suoni?- chiedo.

-Si, ma dopo.- dice lui mentre apre la finestra che sta sopra il suo letto e inizia a scavalcarla.

Per un attimo sembra che mi schiaccino i polmoni con due sacchi di sabbia. Non mi esce neanche la voce che, per fortuna, esce a Mari:-Dani! Che fai? Sei pazzo?- urla e lo afferra per un piede.

Daniele si ferma e ride così tanto che sembra si possa rompere in mille pezzi da un momento all’altro:-ragazze ma venite a vedere prima di morire!- dice con il fiato che recupera tra una risata e l’altra. Senza smettere di tenerlo Marianna si avvicina alla finestra.

-ma vaff…- dice, mollando la presa.

Mi avvicino anche io. Sotto la finestra c’è il tetto piano e nero di un fabbricato che sta nel cortile. Daniele con un piccolo salto ci atterra sopra.

-Ma non si rompe?- chiedo io.

-Dai, vieni fifona!- risponde allungando la mano verso di me.

Scavalco e prendo la sua mano per saltare giù. Il contatto con la sua pelle morbida è un interruttore che fa partire un brivido che mi attraversa la schiena.

Mari ci guarda dalla finestra.

-Tu non vieni?- le chiedo.

-Voi siete pazzi, io li sopra non ci salgo! Vi aspetto qui e guardo Brad Pitt.- dice e si gira.

Ridiamo.

Daniele ha un paio di pantaloncini di jeans e tutte le ginocchia sbucciate con una cartina geografica di croste. Facciamo qualche passo sul tetto nero e ci fermiamo di fronte al balcone dell’alloggio vicino al suo. Tra il pavimento del balcone e il tetto ci passa una mano a malapena. Dani infila la sua.

Sono al settimo cielo e sicura di stare scoprendo il mistero del sonno.

Si accovaccia e tira fuori una scatola di cartone piena di cotone.

Ci siamo.

Dentro tre piccoli gatti neri stanno dormendo attorcigliati come torcetti.

Oddio, lo terranno sveglio loro?

Ne prende in mano uno e quello si allunga tutto buttando la testa indietro e allargando le zampe.

-Ma dormono con te?- chiedo, sulle ali dei miei pensieri.

Daniele mi guarda come se cercasse di capire che strano animaletto sono. -Ma che dici?- ride.

Si apre la porta finestra del balcone.

Metto una mano sulla spalla del mio nuovo amico. -Dani!- sussurro, indicando il balcone. Lui alza lo sguardo mentre il gattino cammina sul suo braccio e arriva sulla spalla. Sembra capitano Uncino con la sua scimmietta.

-Tranquilla, è Liquirizia, la mamma.-

Un gatto nero, lungo ed elegante come un vestito da sera, salta dal balcone al tetto e passa tra le gambe di Dani strusciando la testa contro i suoi polpacci.

Io provo ad accarezzare il piccolo batuffolo di pelo che si è riaddormentato sulla sua spalla ma Liquirizia emette un suono simile al ringhiare di un cane. Mi fermo impaurita.

Daniele sorride:-perché non ti conosce e difende i suoi piccoli. Prova ad accarezzare prima lei.- mi prende la mano e la porta vicino al suo muso nero e rosa, che prende vita e inizia a muoversi su e giù impaziente. Alla fine sento la lingua ruvida sulla mia pelle.

-Adesso siete amici- dice Daniele passandole una mano sul pelo morbido.

Sono emozionata come se avessi addomesticato un leone.

-Daniiiii!- una ragazza si sporge dalla finestra da dove siamo usciti. -C’è Enrico al telefono per te.-

-Arrivo!- Daniele rimette il piccolo nella scatola sotto gli occhi attenti di Liquirizia e mi prende per mano. Quell’interruttore di brividi funziona ancora.

-Andiamo, dai!-

Risaliamo dalla finestra nella stanza.

-Lei è Elisa, mia sorella.- dice Daniele indicando la ragazza che lo ha chiamato al balcone. -E lei è Marta, la mia vicina di banco.- Indica me e poi si infila di corsa nel corridoio.

Io e Elisa ci stringiamo la mano. Elisa è più grande del mio compagno, ha qualche kilo in più di quanto dovrebbe ma la sua faccia non ha spigoli come quella del fratello e dopo ogni gesto scivola sempre a comporre un sorriso.

Rimango seduta sul letto con lei e Marianna che parlano di Raul Bova.

Mi sento a casa. La compagnia di Daniele sembra un gelato alla stracciatella: dolce e piena di pezzi di cioccolato croccanti che non mi fanno stufare mai. Più ne mangio, più ne vorrei.

È una giornata bellissima ma non mi devo distrarre dal mio obiettivo.

Daniele torna in camera e si siede sul letto vicino a me. Si guarda i piedi in silenzio per un minuto buono. Poi alza la testa:-vieni con me ad aiutare un amico?-

Dieci minuti dopo sono sulla canna della sua bicicletta blu. Vicino al freno destro c’è una trombetta fatta a forma di pera; la parte più larga è morbida e nera da schiacciare, quella più stretta di metallo rigido. Il suono è quello del clacson di un camion.

Lui pedala, soffia e suona per mantenere una buona velocità e farsi strada. Io sono incastrata tra le sue braccia che tengono il manubrio. Sento il suo respiro vicino e sono felice. Non mi ha detto perché dobbiamo aiutare il suo amico, forse a fare i compiti, penso io, o magari a passare il livello di un videogame. Comunque sia non vedo l’ora di aiutarlo.

Saliamo sul marciapiede di Corso Peschiera e ci fermiamo di fronte a una casa a due piani.

Daniele lega la bici a un palo con due catene spesse e suona il citofono. Ci aprono subito.

L’androne é fresco e buio. Lui si ferma e avvicina la faccia alla mia.

Oh oh e se mi bacia cosa faccio? Come si fa?

Volevo dirti perché dobbiamo aiutare il mio amico.- dice a bassa voce.

-Ok- rilasso i muscoli anche se mi accorgo che un po’ mi dispiace che il motivo sia solo quello. -Dimmi.-

-Beh, è un po’ complicato.- Si guarda intorno e abbassa la voce ancora di piu.

-Due settimane fa si è buttato dal balcone.-

Questa volta i brividi arrivano senza interruttore, come la sferzata di una frusta.

-Cosa?- dico a voce più alta di quanto vorrei.

Daniele si porta l’indice alla bocca.

-Scusa.- Recupero la padronanza del mio tono di voce.

-È uscito ieri dall’ospedale e adesso è da solo. Mi ha detto che ha paura di farlo di nuovo.- continua a sussurrare.

-Oddio, e cosa facciamo?- sembra che ogni brivido mi porti quintali di terrore.

-Non lo so, gli facciamo compagnia.- dice Daniele, come se fosse una soluzione ovvia.

Certo che per essere uno che dorme sempre né fa di cose difficili il mio compagno.

Iniziamo a salire le scale.

Ho sempre ammirato le persone che si lanciano nelle difficoltà anche se non hanno un piano. Semplicemente le affrontano, una dopo l’altra, quando arrivano. Io senza aver letto tutte le pagine non riesco nemmeno a farmi interrogare.

Dani suona il campanello accanto alla porta e quello che ci apre non lo dimenticherò.

È un robot, magrissimo e triste. Da ogni dito delle sue mani esce un ferro che si unisce agli altri a livello del polso. Ferri escono anche dalle caviglie e arrivano fin sotto il ginocchio e da una parte anche a livello della coscia fino al bacino. Mi aspetto che ci sia un telecomando per comandare i suoi movimenti. Invece fa da solo.

-Ciao Dani.- Un piccolo sorriso si fa strada sulle sue labbra ma appena si accorge di essere visto scompare.

-Ciao Enri. Lei è Marta.- dice Dani indicando me.

Io sono ancora sulla soglia e mi sento paralizzata. Non riesco a pensare dove finiscano quelle viti che vedo, nella carne e poi nelle ossa. Mi sento mancare il fiato.

-Ciao Marta. Grazie di essere venuti.- dice Enrico con un sorriso questa volta un po’ più coraggioso.

-Dai, entrate che beviamo una Coca.- Le sue parole ricostruiscono un’atmosfera vagamente normale che mi restituisce un po’ di ossigeno. Entro e seguo i due ragazzi nel salotto.

-Vado a prendere Coca e bicchieri.- dice Dani, come se avesse annunciato di portare il più desiderato dei regali. Il suo entusiasmo mi stupisce, io mi sento piatta come una mattonella.

-Hai mai giocato a Vampiri?- mi chiede il mio nuovo amico robot.

-No, rispondo. Cos’è?

È un gioco del PC, bisogna cercare indizi e fare domande per scoprire dove si nascondono i Vampiri che terrorizzano una cittadina. Io e Dani ci giochiamo sempre ma non riusciamo a passare il terzo livello per arrivare al’ultimo.-

Enrico sembra non ricordarsi più di tutti i ferri che lo percorrono.

-Ok.- rispondo.

Daniele torna con bibite e patatine e ci mettiamo a giocare tutti insieme. Io e Enrico suggeriamo domande e ragionamenti e Daniele scrive sul computer.

Quando finiamo il terzo livello fuori è buio. Ho perso la cognizione del tempo.

Suonano alla porta.

Enrico come se fosse un robot anziano va lentamente ad aprire.

-Ohi, ma’.-

-Ciao tesoro, come stai?

Bene.- risponde Enrico come se non fosse successo nulla di rilevante nell’ultimo anno.

-Buongiorno Carla.- saluta Daniele.

-Ciao Daniele! Oh, vi siete divertiti, bravi!.-

Non so dire se la mamma di Enrico mi sembra proprio cattiva. È più giusto dire che sembri lontana, come se non riuscisse ad afferrare le cose che succedono quaggiù in questo mondo. Mia madre rimane a casa quando ho tre linee di febbre e lei è uscita tutto il pomeriggio mentre suo figlio-robot ha paura di lanciarsi di nuovo dal balcone. Non riesco a capire.

Mi aspettavo una donna dispotica e arrabbiata, invece mi trovo davanti un essere minuto e sorridente, con un’aria da calice di cristallo sottile. Mi aspetto che da un momento all’altro inizi a rarefarsi per ricomparire su una nuvola.

-Lei è Marta.- dice Daniele, mentre sono immersa nei miei pensieri.

-Oh ciao, piacere.- dice, porgendomi la mano ossuta. La sua stretta è lieve come sembra il suo appoggio sulla terra.

-Grazie di essere venuta.-

Non mi lascia la mano e io non so cosa dire. Per fortuna Daniele viene in mio soccorso:- ok, noi andiamo. Enri ci vediamo domani, ti va?

Certo, a domani Dani. Grazie. –

Enrico si gira verso di me:-vieni anche tu se vuoi, così stavolta ‘sto gioco lo finiamo.-

-Ok, magari sì.- rispondo per dire qualcosa.

Mentre torniamo in bicicletta respiro l’aria fresca della primavera come dopo una lunga apnea.

Portiamo la bici in cortile.

-Perché lo ha fatto Enrico?- dico.

-Non lo so- risponde Dani.

-Mi è venuta un’idea.- forse vuole cambiare discorso.

-Ti fermi a dormire qui? Così domani mattina ti faccio vedere una cosa segreta.- Mi prende per mano e mi porta su per le scale.

Il mio cuore corre come se volesse vincere su tutti gli altri cuori. Quando ci fermiamo davanti alla porta di casa riesco a prendere abbastanza fiato per soffiare fuori le parole: -mi piacerebbe un sacco. Posso telefonare a mia mamma?-

Il suo sorriso sembra voler uscire dalla faccia:- certo!-

Infila le chiavi nella toppa e siamo dentro.

La testa di Elisa spunta dalla camera. -Mari è andata via con sua sorella perché aveva catechismo.- dice.

-ok- rispondiamo in coro io e Daniele.

-Tra poco arriva mamma.- continua.

Mentre le nostre mamme parlano al telefono io e Dani siamo seduti sul letto con la tastiera sulle gambe. Mi sta spiegando come funzionano i tasti e le note.

-Dimmi una canzone che ti piace.- mi chiede.

Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883- rispondo senza pensare.

-Ok- dice lui.

Le sue dita iniziano a percorrere veloci la tastiera, saltano, accarezzano, si appoggiano sui tasti bianchi e neri. La melodia è perfetta.

-Cavolo!- è una meraviglia. -Ma l’hai studiata?

-No,- risponde -ma mi ricordo come fa.-

Gli chiedo altre tre canzoni e il risultato è sempre lo stesso, un dolce jubox umano.

-Ragazzi, è pronto.- il sorriso della mamma di Daniele arriva prima di lei trasportato dalla sua voce. La sua sagoma piccola compare sulla porta: – la mamma di Marta ha detto sì!- piega le braccia e muove i pugni come se avesse scoperto di aver vinto la lotteria.

Sono felice.

Alle dieci e mezza siamo nei letti. Il mio è venuto fuori da quello di Daniele tirando un cassetto sotto il suo materasso. Le lenzuola profumano di detersivo e di lavanda che forse era nell’armadio.

La sveglia è puntata alle 4:00 ma non è svegliarsi la mia preoccupazione quanto più addormentarsi. Sono eccitatissima e non vedo l’ora di sapere cosa succederà tra cinque ore e un pezzo. Mi giro di qua e di là con la paura di svegliare tutti. Guardo il soffitto poi la finestra, poi di nuovo il soffitto e di nuovo la finestra.

C’è silenzio.

Ascolto il respiro regolare di Dani e Elisa.

È sottile e rassicurante.

Mi prende per mano.

Daniele suona il clacson della bici ma è un suono strano, stridulo, regolare. Anche quando lui toglie la mano quello continua a suonare, non si ferma, non si ferma.

-Marta! Marta!- Daniele mi scuote con la sveglia in mano.

-Dai! È tardi!-

Apro gli occhi. Non capisco dove sono e cosa sta succedendo. Guardo l’orologio, le 4:20. Giro la testa e la faccia di Daniele è a due centimetri dalla mia.

-Oh, cavolo!- i ricordi sono un secchio di acqua gelida rovesciatomi addosso. Mi attivo all’istante.

Venti minuti dopo stiamo entrando in una porta di metallo grigio della casa di fronte. Si apre un piccolo cortile. Nell’aria c’è profumo di pane appena sfornato. Non so davvero cosa aspettarmi e avrei paura se Daniele non mi prendesse la mano. È come se mi avesse messo una coperta sulle spalle, ora sto bene.

Bussa contro una piccola porta a vetri. Un signore grassottello e non tanto alto ci apre: -buongiorno Marta, venite.- riconosco quel sorriso che cerca di superare i confini del viso.

-Ciao pa’- dice Dani. Mi lascia la mano per passare nel corridoio stretto. Entro dietro di lui. Il profumo che ho sentito prima diventa più denso e si mescola a quello forte del lievito. I forni sono accesi e le prime forme di pane stanno cuocendo.

-Avete una panetteria!- grido, come fosse una scoperta difficile.

-Si.- dice Dani, al quale le quattro di mattina credo offuschino l’entusiasmo.

-Pá, noi facciamo le pizze.- dice, mentre appoggia lo zaino e cammina fino al lavandino.

Si gira verso di me:-lavati le mani che ti faccio vedere come si fa.-

Affondo le dita nella pasta morbida che si appiccica per poi staccarsi e di nuovo appiccicarsi. È un massaggio rilassante, una carezza sulla guancia.

Daniele lavora con delicatezza e precisione. Le sue dita danzano come facevano sulla tastiera.

La sua testa, invece, ciondola.

Sembra gli abbiano tolto lo scheletro del collo. Allora metto in pausa la poesia di questa arte magica e penso alla realtà. A cosa voglia dire per un ragazzo di dodici anni fare questo tutte le mattine prima di andare a scuola.

Un misto di stima, affetto e tenerezza sfugge al mio controllo. Con le mani piene di pasta lo abbraccio e gli do un bacio sulla guancia.

Lui si ferma e mi regala il primo sorriso della mattinata.

Lavoriamo fino alle otto. Ci laviamo via la pasta dalle mani, prendiamo gli zaini e due pizzette bianche appena sfornate.

Affondiamo i denti nella pasta morbida e salata mentre camminiamo verso la scuola.

La prof inizia a spigare la vita di Foscolo. Io sento ancora il profumo di pane nei vestiti. Finalmente siamo seduti. Mi sembra di aver già vissuto una giornata intera. Appoggio un attimo la testa sul banco. Vedo Daniele che fa come me. La sua mano si appoggia sulla mia, sotto il banco.

La stringo e mi addormento mentre la vita mi sembra di nuovo stracciatella.