IL RACCONTO DEL MESE

TERRACOTTA AL VENTO

– Abbiamo esattamente due ore. – Mentre le parlo Nancy non mi guarda. Sembra fissare un punto tra il portone e la finestra del primo piano della casa che fa angolo con il piccolo supermarket.

– Nancy? Mi ascolti? – Si gira ma i suoi occhi si sono portati dietro il portone, la finestra e il punto tra loro compreso, così da non dover guardare nient’altro.

– Non voglio parlare. Stupida perché ti ho detto. – Il suo sguardo si accorge finalmente che esisto. La voce è più alta del solito, il viso è sofferenza modellata nell’ebano. Con una mano mi accarezza la guancia. – Lo so tu vuoi aiutare me, ma tu non può. Tu deve andare al lavoro o da tuo marito. –

– Nancy oggi non lavoro. – Tra le mie parole si insinua un piccolo sorriso. – E non ho un marito. – Concludo per rassicurare lei o, forse, me. – Ma, soprattutto, ho un’idea. –

L’arcobaleno ruba la scena alla pioggia. Quel sorriso, che ben conosco, ammorbidisce i suoi lineamenti. Diventano corpi distesi sulla spiaggia in una giornata ventilata di sole.

-Aspettami qui.- Le porte scorrevoli mi inghiottono.

Giulia ha un’idea. Non sono sicura di volerlo fare, qualsiasi cosa sia. Non sono sicura che non sia ora di dire la verità, di smettere di mentire alle uniche persone che amo.

Ma non ce la faccio. Immagino quando saranno qui, il momento della scoperta, i loro cuori che si rompono in mille pezzi, come vasi di terracotta fatti cadere dal vento.

Guardo davanti a me. Come ogni minuto, di ogni ora, di ogni giorno.

Il mio lavoro.

Ricevo soldi mentre guardo davanti a me.

Senza parlare.

Senza muovermi.

Senza interagire.

Solo guardare.

Le vite degli altri. Le vite vere.

Le lacrime che scacciano i brutti pensieri mi solleticano la guancia. Non mi muovo. Nessuno se ne accorgerà. Le lascerò scorrere, come dice maman, per portare via quello che possono.

L’umiliazione, la sottomissione, la dipendenza da un capriccio altrui.

La noia.

L’inutilità.

No.

I miei polmoni si riempiono più che possono.

Il mondo sarà duro anche per loro e io devo tracciare il sentiero che trasformeranno in strada fatta di terra, di pietre, d’asfalto.

Ho deciso. Qualsiasi cosa sia la farò.

Il cestino di plastica verde mi segue, trascinando le sue rotelle sul pavimento.

L’odore di frutta è misto a un lieve sentore di muffa. Le verdure, suddivise in cassette di legno, sembrano anziani trasandati, dallo sguardo spento, nelle stanze di un ospizio. Mi viene voglia di comprare il sedano accasciato sulla sponda della cassetta per dare un senso a quel che resta della sua esistenza.

Ma non devo distrarmi. Devo trovare Daniele, l’unico complice che posso provare ad assoldare.

Giulia è ancora dentro e il tempo a disposizione diminuisce. Guardo la piccola piazza di fronte al Frescospesa dove le macchine si ammucchiano come piatti sporchi nel lavandino.

All’improvviso l’idea di non fare nulla mi sembra tremenda. Il cuore batte più forte, il respiro accelera e mi sudano le mani.

Guardo l’orologio.

Si è arreso prima di me. Le lancette sono ferme.

Non so nemmeno che ora è.

I vetri scorrevoli del banco frigo mi sbattono in faccia senza alcun preavviso la mia immagine riflessa.

Maleducati.

Mi fermo.

Qualche capello sfugge dalle ciocche raccolte e gli occhi sono più chiusi di quanto mi sembra di aver comandato al cervello.

Sono stanca.

Per fortuna i colori non sono attendibili. Invece del pallore sul viso che mi aspettavo, tra la bocca e il naso si inserisce alla perfezione un pacco di piselli surgelati.

Mi scappa da ridere.

Si fa strada un po’ di affetto per quella figura alta e non più tanto magra che mi sta di fronte e si confonde con ogni tipo di cibo pronto. A trentacinque anni mi sento solidale con patatine e minestroni, un po’ sana verdura, un po’ schifezza da ingrasso.

Nessuna traccia di Daniele.

– E stamattina il prelievo. – Una signora apre l’anta vicino alla mia per prendere una pizza napoletana cotta nel forno a legna, dicono. Avrà l’età di mia madre e di pizze ne mangia qualcuna di troppo. Parla con un’altra signora che supera tutte noi in altezza e che sembra, per uscire, aver solo avvolto le ossa nella carta alluminio.

– Ieri sera ho pregato tanto perché trovasse subito la vena senza farmi male. – continua mentre prende anche un pacco di Sofficini. – E ha funzionato perché questa volta al primo colpo, sai?

Sia lodato. – risponde carta Cuki affrontando i palmi delle mani e alzando la testa.

Mentre mi allontano verso le casse penso per quante cose venga scomodato Dio. E, soprattutto, perché si impegni per un prelievo mentre non dovrebbe distrarsi dalla gente che muore di fame, di sete, di guerra e di mare.

Mi fermo di nuovo.

Una soluzione ce l’ho.

Mia nonna quando non ha le protesi acustiche ma sente il telefono. Nell’esatto momento nel quale lei passa davanti all’apparecchio quello suona. Ecco fatto il miracolo, esaudita la preghiera. A dispetto del suo infinitesimo residuo uditivo Lisetta sente e risponde a chi, ormai in realtà privo di speranza, chiama più per abitudine che per logica.

Per pregare al momento giusto, così come per telefonare, ci vuole solo fortuna.

– Scusa, mi dici ora per favore? – chiedo a un uomo alto con due bimbi. La piccola, sulle sue spalle, gli abbraccia la testa come fosse un peluche, mentre il maschietto agita la piccola mano a destra e sinistra con un gran sorriso. Ricambio il saluto aprendo e chiudendo le mie dita.

Un tramonto africano mi sconvolge la mente. Tengo Eze fasciato sul petto e Saada sulla schiena. Per mano Wambua e Yeshi. Wambua agita la sua piccola mano di quá e di lá verso il padre. Mio marito è appena tornato dalla piantagione di cacao. Un sorriso scopre i suoi denti bianchi e, mentre mi sfiora le labbra con le sue, con una mano spinge la cesta vuota che tengo sulla testa. Mi rendo conto di non avere una sola parte del corpo libera per provare a fermarla. Mentre il vimini tocca terra inizio a ridere e penso quanto amo quest’uomo che non si arrende mai alla triste durezza della nostra vita. Ride anche lui e solleva in aria Wambua che urla e scalcia fingendo di voler scappare, ma con gli occhi colmi di voglia di non scappare mai più.

– Ciao.– il piccolo non ha ancora smesso di agitare la mano.

– Tesoro, ciao. – rispondo a lui, e a Wambua.

Ora il padre è vicinissimo. – Scusa, mi dici ora per favore? – Lui sembra accorgersi di me solo adesso.

– No, grazie.– dice, mentre tira a sé il bambino con uno strattone.

Il piccolo cammina con la testa girata all’indietro e stende ancora una volta il braccio muovendo la manina. La diffidenza è un vestito nero che la gente indossa per non mostrare di quanti colori diversi è fatta. Ma i bambini sono ancora nudi e affascinati dal mondo variopinto.

Finalmente lo vedo. Mi viene in mente un robot comandato per ripetere gli stessi gesti con un ritmo ordinato e preciso. Gambe e braccia sottili passano i prodotti sullo scanner mentre sul suo volto non trova spazio nessuna espressione. La sua voce è piatta, non scortese né calda. Sembra far parte del meccanismo della cassa.

Ci sono tre clienti in coda e poi ci sono io. Lui non alza la testa.

Guarda il prodotto, poi il monitor, poi il prodotto successivo.

– Matteo. – provo a dire mentre mi sporgo sul nastro nero che, come un fiume, trasporta cadaveri di cibo verso la loro monetizzazione. Nessuna ruga del suo volto cambia posizione.

–Matteo, devo parlarti di Nancy. – Dietro di me si sono accodate altre quattro persone.

– Giulia, non ora. Non posso. – Sono in dubbio se mi ha risposto il cassetto metallico che vomita banconote o lui.

Appoggio un pacco di biscotti e due di assorbenti dietro la spesa dell’uomo che mi precede.

Adoro vedere le spese degli altri. Mi piace inventare il sentiero che porta dai loro acquisti fino alla finestra sulla loro vita. Lui non sembra una prova difficile. Fisico asciutto con un filo di pancia. Completo scuro con cravatta di un verde troppo brillante, auricolare bluetooth a un orecchio, camicia bianca e orologio d’oro. Compra insalata in busta già lavata, hamburger di pollo, due lattine di Energy drink, una di birra nazionale e yogurt magro. Due tavolette di cioccolato e una scatola di preservativi. Io direi single, agente immobiliare, palestra, dieta, una donna dopo l’altra, autodisciplina con qualche debolezza in compagnia, sicuro di sé. Forse un po’ triste, ma questo lo aggiungo io, non ci sono prove obietterebbe il commissario incaricato delle indagini.

Quando è ora di pagare ventuno euro e ottantadue tira fuori un portafoglio di pelle viola con inserti rosa e fucsia. Estrae una carta di credito bianca che deposita con una piroetta di dita danzanti sulla plastica trasparente del bancone.

Trattengo il respiro.

Ho sbagliato tutto. Il cervello ricalcola in fretta mentre lui digita il PIN.

Omosessuale, avvocato, corsa tutte le mattine ma di buona forchetta in compagnia.

– Signorina, le servono i bollini? – Mi accorgo che parla con me quando mi sfiora appena la spalla con la mano. La sua voce è una nota di violino. Mi porge due bollini azzurri con disegnata sopra una faccia di panda. – Io non ho bambini. – continua, quasi imbarazzato.

Gli sorrido ed esco dalla scatola mentale nella quale mi ero rifugiata.

– Grazie. – Accetto, per la sola mancata prontezza di declinare in modo gentile. Lui sembra soddisfatto e, soprattutto, felice. Riempie la borsa e, fischiettando, se ne va.

Finalmente è il mio turno.

Appoggio la mano sul pacco di biscotti sottraendolo alla morsa del robot.

– Matteo, dobbiamo aiutare Nancy.-

Cerco di non lasciarmi sfuggire il tempo, di non dargli la possibilità di dilatarsi nella mia mente. Giulia deve essere dentro più o meno da mezz’ora. Tra un’ora e mezza saranno qui.

Chiudo gli occhi e penso a mia madre. Non riesco a ricordare il profumo della sua pelle e nemmeno la sensazione di averla sotto le dita. Questa è la cosa che più mi fa sentire sola. Quando sono partita l’ho stretta forte per non dimenticare l’odore del sole sul suo collo sottile. Volevo portare con me solo quello, mi sarebbe bastato, ovunque fossi stata.

Ma nelle notti passate al freddo, nella prima casa, con i fogli di plastica alle finestre l’ho dimenticato. Lo stomaco si chiudeva intorno alla fame, io avvolgevo Yeshi e Saada in coperte marroni spesse e sporche per non farle tremare e piangevo pensando che mai avrebbero sentito l’odore di quel sole sulla mia pelle. L’unico modo per soffrire meno era dimenticarlo.

– Nancy, gioia, stai bene? – Apro gli occhi. Ho perso il tempo, l’ho lasciato andare. Un velo bagnato mi appanna la vista.

– Tieni, tesoro. – Matilde mi porge una banconota da cinque euro.

Con una mano la prendo, l’altra la strofino sugli occhi. – Grazie maman. – Piego le ginocchia e le prendo una mano tra le mie.

– Cosa fai? Per così poco. – Risponde lei.

Ma io non mi alzo. I suoi occhi sono un maglione di lana calda. Grandi e verdi.

– Tesoro, alzati. – Tira la mia mano come se lei fosse sulla riva di un fiume in piena e io persa nell’acqua. Mi sta salvando. Respiro e mi alzo.

– Come stai, Matilde? – le chiedo mentre lascio la sua mano.

– Gioia, come ottanta bambine di un anno. – le rughe sul suo viso sembrano i raggi di luce del suo sguardo. Sorride. – E tu? –

– Io, bene.– rispondo mentre vorrei dire il contrario, raccontare milioni di cose cullata dalla morbidezza della sua lana. Ma quello in italiano so dire. Bene o male e il male poi non lo saprei spiegare.

– Tesoro sei triste, lo so. Ti manca tua madre? – Mi accarezza una guancia e sento il calore di tutti quegli anni che le hanno stropicciato le mani. Matilde ama nella mia stessa lingua.

Non so cosa rispondere ma lei non aspetta nessuna risposta. Si appoggia al bastone, striscia i piedi fino al pezzo di marmo sul quale mi appoggio e si appoggia vicino a me. In silenzio.

– Giulia, cosa c’è? Ho la cassa piena, non posso parlare. – Matteo si passa la mia tessera fedeltà da una mano all’altra. La gente dietro di me è un minestrone che sobbolle.

– Devi farmi un grande favore. –

Lui butta fuori l’aria veloce come se potesse aiutare a levarmi di torno.

– Ok, ma intanto fammi passare in cassa i biscotti. – Mi sposta la mano dal pacchetto e li afferra con troppa veemenza.

Mi arriva la frase di un fagiolo borlotto del minestrone in coda: – adesso che fa questa? –

Una carota alta, magra, con un tacco dodici che la allontana dal carrello gli dà corda: – se vi conoscete prendetevi una birra stasera, no? –

– Ho bisogno che Nancy prenda il posto di Maria tra poco. Dalle sette alla chiusura. Mette a posto le cose negli scaffali e non dice una parola. Si può fare? – Srotolo tutta la mia matassa di pensieri così da impegnare la mente e tenerla lontana dalle orecchie intasate dalle verdure alle mie spalle.

– Sei pazza Giuli? – Matteo passa i miei prodotti con una lentezza esasperante per prendere tempo.

Il fagiolino, probabilmente sposato con la carota, incalza: – ragazzino, sei qui per lavorare o per trovare la ragazza? –

– Ti prego, è importante. Poi ti spiego tutto ma ora non c’è tempo. Fidati. Non combinerà nessun guaio. E’ solo un’oretta e io resto qui fuori. – insisto.

Direi che questa volta è un cannellino a parlare: – vuoi che le passi io ste cose, porco schifo?–

So che probabilmente è un problema di cottura ma un’onda anomala è ormai partita e come un orribile conato di vomito mi scuote tutto il corpo.

– Avete rotto il cazzo! – Urlo.

Silenzio.

E’ la prima volta in trentacinque anni che dico una parolaccia in pubblico. Mi sento come un verme quando qualcuno lo mette a nudo tagliando la sua mela.

La faccia di Matteo sembra un pomodoro insalataro.

– Ok. – Sussurra mentre mi porge lo scontrino.

Matilde è di fianco a me. Lei non può guardare dove guardo io. Sembra un ramo piegato da un temporale, la sua schiena ossuta forma un angolo retto con le sue gambe. Il bastone completa il rettangolo che forma con il marciapiede. Abita in una via qui dietro e viene a fare la spesa il primo di ogni mese. Matteo mi ha raccontato che porta qui quasi tutta la sua pensione. Insieme la dividono in quattro e decidono cosa comprarci ogni settimana. Poi lui ogni lunedì le porta a casa quello che hanno pensato. Lei dice che così è sicura di avere sempre da mangiare roba fresca, e, soprattutto, nessuno può rubarle i soldi. Tiene per sè solo pochi spiccioli per le commissioni impreviste e, sempre, cinque euro da regalare a me. Matteo mi ha confessato che ogni tanto si inventa qualche promozione e le porta qualcosa in più.

Si alza, mi dà un’altra carezza e porta dentro il suo sguardo morbido.

Raccolgo le mie cose in una borsa e le mani tremano. L’aria è ancora carica dello stupore di quelle verdure sobbollenti di fronte alla reazione inaspettata di una ragazza dall’aspetto a metà tra una bambina e una donna forse per bene.

Ho spento il gas sotto la pentola.

Mentre prendo il sacchetto e mi avvio verso l’uscita mormoro: – scusate.– senza riuscire a guardarli in faccia.

Matilde spunta dalle porte scorrevoli come spinta su un binario lento. Mi sorride: – buonasera Dottoressa. – Per fortuna non è entrata prima.

– Buonasera Matilde. – riesco a dire appena, come se fossi alla fine di una maratona. È una deflagrazione nel mare l’onda di angoscia che si allarga dentro me.

L’aria, non più satura di neon, mi colpisce in piena faccia mentre le porte a vetri mi sputano sul marciapiede. Vorrei tornare dentro e guardare in faccia a una a una le persone nel piccolo supermercato e chiedere scusa, spiegargli che non sono una persona così, che non ho detto parolacce in pubblico nemmeno da bambina.

– Giulia, cosa fare? – Nancy mi prende un braccio. I suoi occhi grandi e scuri sembrano voler trovare qualcosa di nascosto sulla mia faccia.

Mi gira la testa, mi appoggio al muro. Lei, per la prima volta da quando la conosco, sembra non accorgersi di ciò che succede a me.

– Fare qualcosa, vero? – La sua mancata attenzione è come il viola sulle labbra di un paziente. Devo farmi strada nella mia ansia. Il paziente è grave, bisogna agire.

Mi stacco dal muro: – Certo che facciamo qualcosa. – Guardo l’ora. Sono le sei e mezza.

– Io porto la spesa su a casa, poi scendo. Quando arrivo tu entri dentro, cerchi Maria e lei ti dá il suo grembiule. – disegno con le mani l’indumento sul mio corpo. – Ok? –

Nancy è immobile, i suoi occhi sembrano occupare tutto il viso e ha un’espressione così spaventata che mi giro per controllare non ci sia un mostro dietro di me.

– Ehi, ci sei? – chiedo muovendo una mano a destra e sinistra davanti ai suoi occhi.

– Sì, grèmbiule. – ripete lasciando cadere l’accento sulla e.

– Ok, grembiule. – metto l’accento a posto e ripeto il gesto con le mani.

– Poi ti metti a spostare le cose sugli scaffali. Prendi un barattolo. – e lo prendo nell’aria tiepida della sera davanti a me. – e lo sposti. – mi piego come per appoggiarlo per terra. – Ne prendi un altro. – questa volta attingo dall’aria alla mia sinistra. – E sposti anche quello. – Fingo di appoggiarlo a destra. – Ok? –

Il suo viso non ha espressione.

Penso che non abbia capito, forse devo farglielo vedere dentro. Ma ho paura di offenderla, magari ha capito benissimo e non lo vuole fare, magari ho sbagliato a impicciarmi, magari invece dovevo consigliarle di dire semplicemente la verità, magari…

Per poco non cadiamo entrambe per terra. Mi abbraccia stringendo così forte che non riesco nemmeno a liberare le braccia per ricambiare. Mi sento una sogliola tra le dita di un pescatore.

– Grazie, davvero grazie. – dice, mentre molla la presa.

– Niente, figurati. – la sua riconoscenza è così tangibile e concreta che mi confonde, la sento troppo grande rispetto a quel poco che sto facendo. Quel poco che faccio sempre per la sua vita dalla mia vita, così sproporzionata, così strabordante. Mi sento in colpa più che in credito. Ogni volta che le dò qualcosa mi sento in colpa. Perché sono briciole di me che lei accetta come se fosse tutto quello che posso fare, ma non lo è e mi vergogno. Perché non le posso dare l’intero pezzo di pane? Perché, in fondo, mantengo il distacco? Alle volte la evito pur di non farmi smascherare dalla sua gratitudine.

– Giulia, ti aspetto. – Nancy mi tocca il braccio e capisco che non vede l’ora che io torni senza spesa per iniziare a mettere in pratica il nostro piano.

– E poi tu dove stai? – mi chiede mentre mi allontano.

– Al posto tuo. – rispondo, d’istinto.

Sono di nuovo alle prese con il tempo. Giulia è appena scomparsa nel portone di casa sua e lui mi ha già in pugno. Un minuto é un bicchiere di latte rovesciato, si allarga sul tavolo fino a sembrare un’ora.

Mia madre non ha mai avuto un orologio. In Africa il tempo non è prigioniero, è libero, è un fiume. Se aspetti qualcuno lo guardi scorrere, se lavori ci nuoti dentro, se dormi o muori lui scorre comunque. Quanto ne scorra ogni giorno non interessa a nessuno.

Io adesso non riesco a rimanere sulla riva, devo nuotare.

Mi faccio catturare dalla magia della porta scorrevole che si apre davanti a me.

Scendo le scale, faccio scattare la serratura della porta e sono sul marciapiede. Nancy non c’è, sarà entrata. Ha lasciato il berretto sul davanzale di marmo. Mentre mi avvicino vedo due ragazze alte, magre e con la pelle scurissima camminare in mezzo alla piazza. Mantengono un passo svelto e sembrano cercare qualcosa sui muri delle case.

Potrebbero essere in anticipo o non essere loro ma non posso rischiare.

La più bassa delle due alza un braccio con il dito teso nella mia direzione.

Sono loro in anticipo.

Prendo il berretto e mi siedo al posto di Nancy. Spero che lei sia riuscita a prendere la sua posizione.

Sta iniziando a entrare molta gente nel supermarket. È l’ora di rientro dal lavoro, inizia la ricerca di qualche soddisfazione culinaria che ne possa stemperare l’amaro senza aumentare la stanchezza.

Sembra che tenere in mano il cappello sia un incantesimo che mi rende invisibile. Provo a sorridere ma la gente mi guarda senza vedermi. Abbasso la testa e mi chiedo come faccia Nancy a non farlo mai.

-Ciao-

La rialzo subito come se il saluto fosse un rimprovero.

-Ciao- dico piano.

Di fronte a me quel sorriso che mi scalda ogni giorno il cuore è ricamato perfettamente su due paia di labbra più giovani ma molto simili. Che bello poter regalare ai figli le tue cose più preziose.

Dalla tasca della più alta esce un pacchettino di biscotti al sesamo che finisce nella mia mano.

Sono terrorizzata. Cerco di non tremare mentre prendo barattoli a caso e li sposto di così poco da non riuscire poi a capire quali ho già spostato. Sono in piedi su una piccola scala e mi sembra che tutti mi osservino in modo strano. Molti li conosco e questa volta ho paura che mi diano dei soldi. Matilde è seduta vicino al banco frigo e mi chiedo cosa stia pensando.

-Mi scusi dove trovo lo zucchero?- una ragazza che non ho mai visto mi guarda con il naso all’insú e dei pacchi di pasta pericolosamente in equilibrio tra le mani.

-Corsia dietro.- rispondo facendo un gesto con la mano che sfiora i barattoli spostati o non spostati. I brividi mi coprono le braccia come un ruvido velo.

-Grazie, molto gentile- risponde lei sorridendo.

Mi scappa un sorriso e una sensazione nuova mi calma. Mi ha detto grazie. Lei. Non ricordavo fosse così bello. Non tremo più. Prendo coraggio e scambio i barattoli di fagioli con quelli dei ceci. Il metallo che si tocca fa rumore come un tamburo e io fischietto per lui una melodia.

Di colpo me le trovo davanti.

-Ciao mamma!- agitano le mani e io rido a sentirle parlare in italiano. Lo facciamo quando vogliamo scherzare.

Alcuni clienti si girano e sorridono.

Mi sento sul tetto del mondo. Ho un nodo appena sotto il collo della maglia che si tiene le parole per sé. Non dico niente ma scendo e le abbraccio.

Adesso mi parlano nella nostra lingua.

-Ti aspettiamo fuori così non ti disturbiamo– dice Yashi.

-E intanto facciamo due chiacchiere con la tua amica seduta qui davanti. – aggiunge Seeda, -le possiamo portare un pezzo di cioccolato?

Certo- rispondo.

Yashi mi guarda negli occhi: –Sai ma, ha uno sguardo dolce. Si vede che è una bella persona anche se è costretta a stare là.-

Le gambe vorrebbero cedere. Mi sento malissimo per non essermi fidata di loro. Per non aver capito che mi avrebbero amata anche vedendomi là. Anzi forse di più. Per avergli raccontato tante bugie su un lavoro che non esiste, per non aver capito che avrebbero capito.

È difficile sapere quando i figli che proteggevi sono pronti a proteggere te. Il gioco della vita, studiato nei minimi dettagli, per non lasciare mai nessuna anima da sola.

Mi mandano un bacio mentre si allontanano.

Abbasso la testa.

Questa sera, a casa, forse racconterò loro la verità.

-Ti piace il cioccolato?-

Sono state poco dentro e ho paura sia successo qualcosa ma le loro facce mi convincono del contrario.

-Si, tantissimo- rispondo.

-Eccolo!- tirano fuori una barretta ciascuno di cioccolato con le nocciole.

-Grazie, siete molto gentili.- rispondo, frastornata dal gioco di ruoli.

-La mamma dice che sei la sua migliore amica.- dice la più grande, sedendosi accanto a me e appoggiandomi un braccio intorno al collo.

Sorrido, poi mi giro e una lacrima si specchia nella vetrina del supermarket.